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Ph: SheharBano Rizvi @ThePMPMom

Apro Facebook, e leggo di questo sedicenne ultramilionario che si è fatto da solo che ha aperto una start-up che vende videogiochi organici biologici e a km zero. 

Apro Instagram, e una giovane donna spiega i suoi segreti per fare il primo milione di dollari a trent’anni lavorando da casa e, naturalmente, lavorando mezz’ora la settimana. Il suo primo segreto è bere tantissima acqua.

Quest’altro ha lasciato il suo lavoro 9-5 (il lavoro 9-5, argh! lo schifo!) per fare il conferenziere in diretta dallo yacht che si è comprato investendo pochi centesimi sugli stock giusti.

 

Insomma, è tutto chiaro: voglio fare l’imprenditore. L’imprenditoressa. L’ imprendicose che fa i miliardi lavorando da casa coi gatti e la tazza di caffè e i capelli raccolti in un elegante messy bun, mica la scamorza loffia che mi faccio io in testa, à la lottatore di sumo. Qui si parla di imprenditoria seria, quella con i capelli armoniosamente in disordine e 2 litri di acqua al giorno, almeno. Opzionale, ma consigliato: yoga all’alba. 

 

Poi, vai a un bel seminario che ti introduce alla professione dell’imprendicose per giovani, e senti che l’80% fallisce entro i primi due anni, altri 10 entro i primi 5, e insomma moriremo tutti, state a casa che tanto siete millennial e fate schifo. 

 

Ecco, appunto, non mi ci voleva altro. Io, all’epoca 26 anni, in mano un’idea di business e, soprattutto, in Medio Oriente, decido che ci voglio provare, alla strafaccia di quella scavezza sogni senza immaginazione della signora del seminario. Tappetino di yoga alla mano, un profondo rigetto per il mondo corporate e le sue dinamiche di leccapiedi, decido che imprenderò cose. Per la precisione, mi diverte particolarmente il marketing digitale, che in quest’area del mondo non è ancora saturo – credo?
Voglio provarci, anche se papà ha sofferto tanto nella sua esperienza, anche se la mamma ha avuto un negozio e si è fatta un mazzo tanto, anche se gente con cui condivido la mia idea si trattiene dal ridermi in faccia. 

Sì, fai le tue cose, cos’hai detto che volevi fare? Cupcakes?


Cari lettori, non troverete a seguire un poema epico delle mie gesta, un inno alla mia tenacia straordinaria, alla mia idea rivoluzionaria di business e a un sogno nel cassetto che si realizza e tutte quelle puttanate lì. Proprio no. Piuttosto il rapporto del guazzabuglio disordinato che è la mia avventura imprenditoriale.

 

Volevo il mio business un po’ perché ero cascata nel tranello di quelle belle storie che leggevo su Instagram: volevo la libertà. Lavorare da dove mi pareva, quanto mi pareva, fare abbastanza per vivere dignitosamente, andare in ferie a trovare le mie amiche, tutte emigrate pure loro. Insomma, creare qualcosa che non mi mettesse addosso il giogo del cartellino da timbrare, del manager pallone gonfiato che sfoga le sue insicurezze sui subordinati che non possono dargli il calcio in culo che si merita, lontano dal becero bullismo che avevo subito nella mia ultima esperienza lavorativa.
Volevo creare una piccola realtà illuminata, a misura di cervello pensante, dove poter lavorare senza ansie.

Poi, chiaramente, voglio fare la signora del marketing, da grande? 

No, non credo. A me piace scrivere, parlare alla gente. Ma ho una laurea nel settore e mi diverte, il marketing con le sue belle manipolazioni. 

Ma chissà per quale ragione, alla mia generazione il germe del “lavora per poi fare quello che ti piace nel tempo libero, o forse dopo la pensione, se andrai in pensione” o “studia per trovare un lavoro vero, che con la laurea in lettere dopo ti tocca fare l’insegnante, e devi aspettare vent’anni per diventare di ruolo” è stato inculcato con grande successo.
Scrivere e parlare alla gente, lo posso sempre fare il sabato e la domenica. O, in questo caso, il venerdì.

 

Ecco, io avevo 26 anni, il mio computer e la mia expertise, che, voglio dire, è già tanto, no?
Tutto, no?

 

Ecco. Lezione numero 1.

Che bello, mi serve una licenza, mi dicono. Qui a Doha, fare il freelance tecnicamente non è legale, o così all’epoca mi venne detto e lo presi per buono. Bisogna aprire una ditta, e trovare una persona locale disposta a offrire quella che si chiama “la sponsorship”, cioè essere il socio di maggioranza. Poi, la licenza sotto questo sponsor, che ha un numero identificativo, simile alla nostra Partita Iva, diciamo. Poi un deposito di tot mila euro, un ufficio con l’affitto pagato per un anno eccetera eccetera.
E tutto quello che avevo erano un computer, la mia expertise, la mia fenomenale parlantina e assolutamente nessun albero che produce soldi.

 

Solo questa parte, mi è costata quasi 3 anni di ricerche. 

 

Dopo peripezie eccellenti che racconterò sotto forma di cartone animato, un giorno, incontri con ogni possibile essere umano che potesse aiutarmi, dopo essere stata sulla soglia del finalizzare tutto 3 volte per poi trovarmi al punto di partenza, dopo aver coinvolto amici e parenti e conoscenti per pianificare e creare il brand, dopo aver lavoricchiato per mesi dal tavolino di un bar, pianto e appeso il computer al chiodo, cambiando progetto e il nome del progetto, facendo altri lavoretti per arrotondare… un bel giorno di 3 anni dopo, mio padre mi connette ad una sua vecchia conoscenza, che è stata la chiave per iniziare Just Wow Qatar, che è il mio (nostro) progetto.

 

Inizia quindi, alla fine del 2018, la mia prima avventura semi-imprenditoriale.
Wow! anzi, Just Wow!
Finalmente inizia l’azione!

 

E adesso, cosa devo fare?

Da dove inizio? Procrastino fino a che non mi casca in testa uno yacht o devo lavorare 26 ore al giorno? Devo fare tutti i ruoli io o devo delegare? Come si fa una fattura?

Mi accorgo di non avere la minima idea di cosa significhi, essere un’imprenditrice. Non solo, ma non ho nemmeno avuto, mi dico, l’umiltà di andare a cercare un po’ d’aiuto, in questi anni.
Così, inizio ad ascoltarmi video e corsi su come fare questo e quello, compro decine di libri che sono d’aiuto per certe cose e allo stesso tempo mi aprono porte verso l’abisso, ma allo stesso tempo cerco di non cascare nella sindrome della prima della classe, quella che dice sempre “non ho studiato abbastanza” e studia fino a che non si impanica completamente e poi prende 10. 


Ma quanto bisogna prepararsi, per fare gli imprenditori da 10? 

Tutte le storie di imprenditori di successo che leggo, sembrano sentieri lastricati di petali di rosa, mentre io mi sento una deficiente che parla parla parla.

Non so vendere efficacemente me stessa, non so negoziare, non so da dove si comincia. Mi imbarazza, difendere il mio prezzo e il mio valore dinnanzi al cliente, perchè forse non ho poi così tanto valore – qualcosa ripete nella mia testa.

Mi rendo conto che dev’essere qualcosa con cui si nasce, non qualcosa che si impara…

Sono frustrata, perchè faccio tentativi alla cieca, non ho il coraggio, ho paura di sbagliare, ho paura di fallire. 

E poi, ho meno di trent’anni e sono una femmina, mi è stato riso in faccia diverse volte. Un tizio a una riunione mi ha detto che voglio giocare alla donna in carriera e per questo non ho ancora messo al mondo figli, alla mia età!
Non importa, non mi tange più di tanto, mondi diversi, gente diversa, maniere diverse.

 

Forse non ho le connessioni giuste?
Forse dovevo assicurarmi di avere un prestito gigantesco prima di iniziare quest’avventura?
Se così fosse stato, non avrei mai iniziato, o meglio, non nel 2018.

 

In tutto questo farfuglio di pensieri sconnessi, in tutta quest’ altalena di euforie e depressioni giornaliere, mi rendo conto quanto il percorso di iniziare un business sia connesso con doppi nodi al percorso di sviluppo di autostima di un individuo. 


Non tanto nell’arroganza o nella smodata audacia che uno sembra costretto a ostentare per poter poi dire di “avercela fatta”, se non altro sui social, quanto nella presa di coscienza che, come tutto ciò che si è imparato a scuola, è giusto darsi del tempo per imparare anche come si fa business. Ma c’è molto di più di questo.

– Per iniziare qualcosa, (specialmente una donna) deve imparare a disimparare tutto ciò che le viene detto di non fare dalla sua vocina di dentro, quel critico costante che non fa che ripetere “non sei abbastanza”. E già questa è una tonnellata di lavoro. Tanto, tanto lavoro.

– Ci si deve liberare da tutti i clickbait che promettono successo senza fatica. Stronzate.

 

– Ci si deve dare il tempo di recuperare le risorse per prepararsi. Per qualche misteriosa ragione, l’imprenditoria non viene insegnata a scuola e pare che la materia sia quasi un tabù, che sia degradante provarci.

– Non è degradante provarci. Nemmeno fallire è degradante. Fallire è imparare, la mia famiglia mi ha insegnato. Ho fallito, fallirò ancora, finchè imparerò abbastanza.

– Ci si deve preparare, vero,  ma non in eterno. Spesso le donne hanno la sindrome della prima della classe, sopra citata, e tendono a prepararsi anche troppo, rischiando di procrastinare l’inizio dell’azione.

 

– Chiedere aiuto è necessario e fondamentale. Senza paura.

– Ho imparato che non tutto quello che è scritto sui libri di self help funziona per me. Non tutti i manuali di business hanno la verità in tasca. A una certa, io seguo il mio istinto e poi magari cerco su google qual è la pietra da indossare per attirare abbondanza. Ebbene, essere millennial è anche questo, non ridete, e so che adesso la starete googlando anche voi. Vi risparmio la fatica: quarzo citrino.


A tal proposito, la lettura del libro “Playing big” di Tara Mohr è stata illuminante e di grande ispirazione nella scrittura di questo post. (lettura consigliatissima!).

 

Se vi state chiedendo come sta andando il mio business, che appunto è un’agenzia di marketing, sta crescendo, piano, ambiziosamente, senza correre. Tutto quello che sapevo sul business era quello che mio nonno mi diceva quando andavamo a fare la passeggiata digestiva dopo pranzo, che chi va piano va sano e va lontano, chi va forte va alla morte.

No, mio nonno non aveva PhD in Business Management. O meglio, lui non lo sapeva.