Seleziona una pagina

Buon Qatar National Day a tutti.

 

Il 18 Dicembre è il Qatar National Day, la giornata in cui si celebra l’unificazione del Qatar, avvenuta nel 1878, anche se il Qatar è uno stato indipendente, nei confini in cui lo conosciamo ora, solamente dal 1971. Insomma, il Qatar indipendente è giovane giovane, ha l’età di mio zio.
Qui in Medio Oriente, i National Days sono celebrazioni epiche; essendo, chi più chi meno, quasi tutti gli stati della penisola arabica (fatta eccezione per l’Arabia Saudita) stati di recente formazione e con una storia che è stata isolata rispetto al resto del mondo fino al diciottesimo/diciannovesimo secolo, le occasioni per celebrare accadimenti di questo calibro sono meno frequenti, e, per questo, molto sentite.

E’ impossibile non notare la straordinaria pompa con cui si decora ogni muro, ogni lampione, ogni edificio. Bandiere di dieci, venti metri ciascuna, festoni, stendardi, giganteschi ritratti dell’Emiro, Tamim bin Hamad Al-Thani e dell’ Emiro Padre, Hamad bin Khalifa; non c’è una casa che non si addobbi come per la più grande delle celebrazioni, non c’è auto che non appenda bandierine ai finestrini, non c’è nulla che non si colori di bianco e rosso scuro (maroon) .

La corniche, la strada che costeggia il golfo e collega l’aeroporto a West Bay (il centro economico del paese), è coperta sui suoi lati da decine di migliaia di persone che si riuniscono a vedere la parata militare, e poi la polizia a cavallo, e i cammelli.
Si sfila davanti al Souq Waqif, lo splendido mercato locale, davanti all’ Amiri Diwan, il gigantesco palazzo dell’Emiro, che sembra ricordare, sotto molti aspetti, il palazzo Ducale in piazza San Marco a Venezia. Però è almeno tre volte più grande, e circondato dalla polizia a cavallo o sui cammelli, che sono straordinari da vedere, nella loro maestosa eleganza. 

Poi, l’esibizione della flotta aerea, la sfilata dei carri armati e dei camion militari, la banda, fiori a volontà, preghiere e discorsi di auguri, per un futuro di prosperità, di ringraziamento a Dio.

Anche molti membri della famiglia reale sfilano, suonando i tamburi, con le loro spade dai foderi dorati.  L’Emiro e l’Emiro Padre camminano per incontrare la folla, stringono mani, nel loro abito tradizionale tutto bianco, la thobe, per poi salire nella platea speciale, dedicata alla famiglia reale, e indossano i paramenti da cerimonia, una specie di grande veste senza maniche che indossano sopra la thobe, color rame, con ricami dorati.

Ogni volta che ho l’opportunità di vedere passare l’Emiro, e qui capita spesso di avere l’opportunità di incontrarlo ad eventi o cerimonie, rimango profondamente colpita dai suoi modi raffinati e al tempo stesso amichevoli. Altissimo, guarda negli occhi, sorride, parla fluentemente l’inglese, senza alcuna inflessione. E’ un sovrano molto amato, e gode di grandissima popolarità non solo in Qatar, ma anche internazionalmente. In particolare, dopo la blockade imposta da Arabia Saudita, UAE, Egitto e Bahrain il 5 giugno 2017 ( e me la ricordo bene, ero qui!), la popolazione si è stretta in un enorme sodalizio per dimostrare solidarietà alla famiglia reale. Il giorno stesso, Doha si coprì di stendardi che inneggiavano “Tamim al Majid”,  Tamim il Glorioso.
Da quel giorno di due anni fa, il National Day ha un significato ancora più profondo, per questo Paese. Sovrano e sudditi sembrano sussurrarsi  “we are here for each other”.


E’ un argomento davvero interessante, questo del rapporto sovrano-sudditi, in quest’area del mondo. Sembra quasi anacronistico, scrivere nel 2020 di una monarchia assoluta (perché, per definizione, tale essa è), ma questo specifico caso è diverso dal solito.

In Qatar, la popolazione ammonta a nemmeno 3 milioni, al momento in cui scrivo, appena 2.8 milioni e, secondo le statistiche di worldpopulationreview.com, appena l’11% della popolazione è locale, cioè ha il passaporto Qatari (preferisco usare la dicitura internazionale Qatari, piuttosto di Qatarino o Qatariota. E’ cacofonico e non lo voglio usare, licenza poetica auto-assegnata). Quindi, l’89% della popolazione è immigrata, e per la stragrande maggioranza dall’India, dal Nepal, dal Bangladesh, dal Pakistan. Poi Egitto, Siria, Libano, Palestina, Filippine, Nord Africa e altri stati del Sud-Est Asiatico come Malesia e Indonesia e chissà quante altre ancora (non è fantastico, uscire di casa e avere letteralmente tutto il mondo con cui poter parlare? ). 

 

Ora, cosa spinge questo 89% ad andare in piazza a celebrare tutti insieme la giornata nazionale di un paese che non è il proprio?
Cosa spinge famiglie di tutti i colori, di ogni provenienza, ad attaccare una bandierina alla propria auto, a vestire i loro figli con i colori nazionali?

 

Io ho due risposte.


La prima, è il senso di appartenenza. Sebbene qui siamo praticamente tessere di colori diversissimi, siamo tutti parte di uno stesso mosaico. E questo, qui, viene rispettato.
Per quante disfunzioni ci possano essere nella macchina e spesso certe situazioni siano difficili da spiegare, la capacità di far convivere pacificamente milioni di persone con radici completamente diverse non può non essere constatata. Non mi sono mai sentita in dovere di cancellare la mia identità per sentirmi a casa, qui.
(E lungi da me, ora, passare per una leccapiedi “fuori dall’Italia tutto è meglio” -sì, leggo i commenti e per questo mi sento costretta a inserire queste parentesi che chiariscono la mia posizione di osservatrice in loco, con due occhi e un cuore, nè di giudice, nè di giornalista, per quanto mi dispiaccia dover addirittura spiegare cose che mi sembra siano chiare ad una lettura anche superficiale di tutto ciò che scrivo. E soprattutto, perché conoscete, se mi seguite da più di un minuto, quanto urlo al mondo la bellezza dell’ italianità.
Chiusa parentesi.)

La seconda, è la gratitudine.
Ora, di nuovo, provate a spogliare i vostri pensieri da pregiudizi e visioni condizionate da tutti i bla bla bla che sentite e leggete ovunque.
Qui, milioni di persone ricevono l’opportunità di lavorare e di mantenere, così le loro famiglie. Possono far studiare i propri figli, ricevere cure mediche, realizzare sogni e progetti che nel loro paese d’origine non potrebbero, talvolta, nemmeno iniziare. Non è sempre tutto rose e fiori, naturalmente, non è il paese dei balocchi, nessun posto al mondo lo è, nessuno ha ancora scoperto la formula magica per eliminare i problemi (io credo sempre buona parte li risolva l’educazione, ma, io sono la solita millennial che ha fatto il liceo classico e crede che la cultura renda liberi e altre utopie).
Il 18 Dicembre diventa una buona occasione per esprimere, nonostante tutto, la loro gratitudine.
E visto che ci sono, ringrazio anche io, per tutto, bello e brutto, fatta pure la rima, raga sono una poetessa.