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 Sballottata tra cartelloni dei monumentali centri commerciali di Doha che gridano offerte e grandi occasioni, pubblicità targettizzate nel palmo della mia mano che mi invitano a visitare lo store e comprare un instagrammabilissimo maglioncino color mostarda (con 35 gradi d’inverno) e , d’altro canto, report terrificanti su come il consumismo stia bruciando il nostro pianeta, mi sento un tantino frastornata.

Frastornata perché vivo (ma non solo io, ovunque nel mondo ormai il modello è lo stesso) circondata da tentazioni fortissime, continue, ad ogni piè sospinto. Il Medio Oriente ha fatto dello shopping una delle esperienze più caratterizzanti non solo dei turisti, ma anche di chi, come me, abita qui. Non sai cosa fare, vai al centro commerciale e fai un giro. Torni sempre con qualcosa. Il mio problema, per esempio, sono i libri e le riviste. Mio marito compra pezzi di computer, o libri anche lui, a lui piacciono quelli monumentali, quelli che piazzi sul tavolino in salotto e puff– sei automaticamente parte dell’intelligentia del tuo quartiere.
Poi, sai, se ci sono promozioni particolari, un vestitino, un paio di ballerine che non sono mai troppe, una sciarpetta, un utilissimo cerchietto per capelli coperto di wannabe cristalli Swarowski eccetera.

Poi, arrivi a casa, butti tutto nell’armadio e ti dimentichi che esistano. Fino alla prossima occasione irripetibile di tre zoccoli arcobaleno al prezzo di uno, e via con la cantilena.

Questo giochino va avanti, fino a che la realtà non ti piglia a pesci in faccia. I soldi cominciano a essere tirati, e quindi tirare dritto davanti alle vetrine diventa una necessità.

Oppure, arriva il momento in cui ti svegli e ti rendi conto che non ha assolutamente senso.
In primo luogo, lavoro nel marketing da tempo, ormai, e dovrei sapere bene che sono persone come me che si divertono a manipolare il mio cervello per indurmi all’acquisto di giacchette, braghette e gonnelline. 

Poi, sono arrivata al punto in cui l’armadio, davvero, non ha più mezzo centimetro libero. Ho una tale quantità di indumenti e accessori che non trova giustificazione. Un bel giorno la verità ti appare chiara come l’illuminazione sulla via di Damasco e capisci che è il momento di cambiare direzione.

Si sa come, quando l’universo ti vuole consegnare un messaggio, non manca mai di mandarti molteplici segnali – pesci in faccia – fino a che anche il più zuccone degli zucconi non capisce al volo che è il momento di agire.
Nel mio caso, le occasioni che mi hanno aperto un occhio alla volta sono state due: una cara amica che lavora nel fashion che, per ricambiare un favore, ha deciso di aiutarmi a fare un po’ di chiarezza nel mio guardaroba e un evento organizzato per conto di uno dei miei clienti.

La mia amica viene a casa mia e non perde tempo, apre l’armadio e mi chiede “Avrai mai l’occasione di indossare tutta questa roba?”. Inglese, lei, diretta ma con cortesia.
Quel giorno, abbiamo eliminato 160 pezzi dal mio guardaroba, e mi ha insegnato a valorizzare quello che ho in mille modi diversi e centomila altre lezioni che forse scriverò in un altro post.
Ma la lezione fondamentale è stata: compra meno, compra meglio. 

Vero, dico io. Ma come comprare meglio? Cosa vuol dire?
Comprare di lusso? (AHAH!) Comprare sostenibile?
In Italia sono sempre stata una fan del vintage, dei mercatini dell’usato e via dicendo. Sono un’anima nostalgica, e amo tutto ciò che ha una storia da raccontare. Ma qui, il second hand non ha ancora preso piede in modo strutturato, specialmente nel fashion. E’ difficile essere sostenibili, penso.


Poi, questo evento di cui parliamo, parliamo. Una ragazza che conosciamo, che ha un piccolo side business di oggetti eco-friendly (sacchetti di plastica riciclata, oggetti per l’igiene personale in bamboo e cotone, ecc) vuole proporre una serata in cui si scambiano vestiti, uno swap party.
Nessuna valuta ammessa, solo puro baratto tra indumenti dello stesso valore, per sensibilizzare sul tema del consumismo.
Penso che sia l’occasione buona per riciclare i 160 indumenti scartati dal mio guardaroba. Tutti seminuovi, tra l’altro, indossati una o due volte. Magari trovo qualcosa di interessante, credo.

Organizziamo la serata, siamo un team di 4 ragazze, e ci aspettiamo una decina di partecipanti, perché, con l’idea che il mercato del second hand qui non esiste, magari alla gente non piace l’idea di riciclare l’abbigliamento, o non amano indossare abiti con un proprietario precedente.
Si presentano in quasi 40, e l’impatto è stato davvero straordinario. Si presenta addirittura una giornale, a coprire l’iniziativa, e il responso mediatico è davvero positivo. Le partecipanti entusiaste, io stessa sono fuori di me dalla gioia per aver trovato capi meravigliosi, della mia taglia, probabilmente tutti donati dalla stessa persona che, appunto, ha la mia stessa corporatura. Mi sono rifatta il guardaroba per l’ufficio con capi in perfette condizioni che, alla fine, non mi sono costati nulla, se non la donazione di quei capi di cui mi sarei in ogni caso sbarazzata in un modo o nell’altro. A 0 euro, o 0 Qatari Ryials, nel mio caso.

L’articolo uscito su Gulf Times, testi e foto di SheharBano Rizvi @thepmpmom – In alto a sinistra nella seconda pagina: io, Pooja Adam, Carolyn Collins e Laura Brennan

 

Ciò che mi ha colpito di più in assoluto, però, è stato leggere i dati proiettati sul muro, nella presentazione realizzata da Laura, la ragazza che ha avuto l’idea di organizzare quest’evento.
Riassumo brevemente, per non fare il solito pippone con i numeri, ché io numeri li odio, né tantomeno sono una giornalista col dovere dell’oggettività.
L’industria tessile (parliamo di produzioni gigantesche a livello industriale, non del piccolo telaio di Castellammare) è tra le prime al mondo in termine di contribuzione al riscaldamento globale; gli scarti dell materie prime e i coloranti utilizzati per la produzione di tessuti in massa vengono in gran parte scaricate direttamente nei fiumi, al ritmo di tonnellate al minuto; non è il terzo segreto di Fatima, poi, che lo sfruttamento di manodopera sottopagata è all’ordine del giorno, e le verità a noi nascoste sono assurde e inconcepibili.

Per non parlare, poi, del problema dello smaltimento delle migliaia di tonnellate di vestiti gettate via ogni anno: dove vanno a finire? Parzialmente riciclate dall’industria, parzialmente riutilizzate per imbottiture, parzialmente rimesse nel commercio dell’usato, ma la gran parte di esse vanno all’inceneritore. Così come accade talvolta con l’invenduto di grandi catene, tra grandi scandali mediatici e orrore generale.

Accompagnata dal suono di un immaginario monaco tibetano che colpisce un gong, la vocina di dentro che ti dice “magari è un po’ colpa tua” comincia a farsi sentire.
Insomma, nel mio piccolo, se sono riuscita ad accumulare 160 (quant’è odioso avere una misura!) capi d’abbigliamento inutili, con un impatto tremendo sul mio portafogli e sull’ambiente, forse posso fare qualcosa di meno sbagliato e imparare la mia lezione di economia ed ecologia. Che belle le parole greche.

Siccome esistono persone più qualificate di me, per parlare di fashion, per quanto io ami esprimermi anche attraverso la moda, lascio ad altri la parte sull’arte di scegliere meglio cosa comprare e come abbinare le cose.
Condivido qui, però, ciò che ho imparato sulle numerose alternative al fast fashion, che, nella mia esperienza, non hanno nessuna controindicazione: sono leggere per il portafogli, per la coscienza e per il pianeta.

– Scambia

Lo scambio di abiti e accessori è la mia nuova ossessione, dopo il successo dell’evento di cui ho parlato. Rimuovi ciò che non vuoi, rimpiazzi con “nuovi” pezzi per lo stesso valore. Ed è realizzabile in tutte le misure: in un gruppo di decine o di 2, 3, 10. (Consiglio di limitare sempre il numero per ragioni di gestione.) Una volta stabilite le regole fondamentali (indumenti in buone condizioni e puliti), si procede al re-fresh e allo scambio selvaggio!
In giro per il mondo, le swap boutiques fioriscono sempre più rapidamente, specialmente attorno ad associazioni di beneficenza, ma non solo: sempre più millennials e non sono stregati dal fascino del vintage e, naturalmente, dall’idea di avere un guardaroba sempre diversificato a costo 0. Per non farsi prendere la mano e tornare da uno swap party con ancora più indumenti di quando si era partiti, raccomando di tenere il cervello acceso e selezionare attentamente indumenti/accessori della taglia giusta e usando sempre il criterio “Lo acquisterei, in un negozio?”

– Acquista small (dal vivo e online)

Non vuoi riempire le tasche di qualche multimilionario alle Seychelles? Non vuoi sostenere un’industria che sfrutta manodopera sottopagata e contribuisce in modo determinante alla devastazione del nostro pianeta? Sostieni i piccoli business!
Compra da chi realizza a mano, da chi ha un online store su Etsy, da chi sei certo che puoi tracciare l’origine del prodotto, da un piccolo negozio piuttosto che da un megastore. Internet poi, ci permette di trovare qualunque cosa ovunque nel mondo, e anche per i piccoli artigiani la spedizione in tutto il mondo è all’ordine del giorno. Ad esempio, io spesso trovo store online attraverso Instagram, Pinterest o le pubblicità di Facebook. Qui a Doha, poi, il mercato di micro-business che vendono i loro prodotti principalmente fatti in casa è fiorentissimo, e ogni settimana, in giro per la città, ci sono mercatini e fiere dove fare la conoscenza con il tuo prossimo sarto o la tua prossima gioielliera preferita. Ultimamente mi rivolgo a una ragazza che nel tempo libero realizza abiti su misura e a una cara amica che realizza i gioielli esattamente come li voglio, con pietre semipreziose. questi pezzi unici mi costano almeno la metà dei loro cugini realizzati in serie.

– Compra meno, sfrutta di più

Quando la mia amica stylist ha cominciato a mescolare tutti i miei vestiti nell’armadio, mi si è aperto un mondo: non ho mai sfruttato a pieno il mio guardaroba, e, piuttosto di allargare le mie vedute e trovare nel mio armadio la combinazione perfetta per questo o quell’evento, mi sono sempre rifugiata in qualche mall a comprare il solito vestito con la stampa in voga nel 2019 che vedi addosso a tutti.
Se anche tu che mi leggi, come me, hai o hai avuto la stessa tendenza al comprare cose ogni volta che ti sembra di non avere nulla, fai un respiro profondo, chiudi l’armadio e tornaci dopo qualche minuto. Scombina i completi, metti insieme colori nuovi, stratifica, crea uno stile diverso con gli accessori, mescola fantasie diverse senza paura.
Ti renderai conto che hai già una miniera d’oro nel tuo guardaroba.

– Ripara

Già, pure noi millennial dobbiamo imparare a usare ago e filo. Perchè buttare, quando bastano due punti e la tasca è riparata, il foro sotto il braccio richiuso, lo strappo della gonna saldato?
Anche se – e non scherzo – mio marito mi ha dovuto insegnare come cucire un bottone senza farlo cascare di nuovo, non è impresa impossibile. Ci sono sette miliardi di tutorial online, nel caso vi siate sempre rifiutati di imparare, come l’imperdonabile sottoscritta. Torna utilissimo. Ho addirittura regolato l’elastico di un paio di pantaloni, qualche giorno fa. Dov’è il mio Oscar?

– Tieni meglio i tuoi abiti

Come sopra, ribadisco che è anche questo un dovere del millennial spaesato: leggere le etichette con le istruzioni di lavaggio. Io che credevo che fossero scritte in alfabeto Maya, in realtà nelle etichette c‘è scritto cosa fare per mantenere un capo in buono stato il più a lungo possibile. Lezione: le etichette non sono messe lì solo per dare fastidio.
Un’altra cosa che ho imparato è a limitare l’uso dell’asciugatrice, perchè tende a rovinare i tessuti più velocemente. C’è da dire che qui, in Qatar, l’alternativa all’asciugatrice è l’appendere in bagno i vestiti ad asciugare, ergo, finire creare quella fantastica atmosfera di umido e stantìo. Perchè questo? Perchè è illegale, per ragioni culturali (e igieniche, vista la quantità di polvere nell’aria), stendere i panni all’aperto. #sapevatelo

– Impara a cucire

Yes! Tra i miei buoni propositi del 20equalcosa c’è sempre stato l’imparare a cucire, perchè ho sempre delle idee in testa che non so come realizzare, e vorrei imparare a metterle insieme da me, con tutti i vantaggi del caso. Vorrei imparare quest’arte. Una cara amica, Rita, che ha confezionato per me abiti da sogno, ha una scuola di cucito vicino a Padova, e vorrei davvero frequentare le sue lezioni. Se solo non fossimo a 5400 km di distanza.
Se vedete anche voi uno straordinario potenziale nell’imparare l’arte del cucito e del design e tutte quelle meraviglie, iscrivetevi a un bel corso e imparate a realizzare con le vostre mani qualcosa di duraturo e unico.

– Rivendi o dona

Hai troppo? Hai anche tu 160 cose che ormai non ci stanno più nel tuo spazio fisico e mentale?
Hai capi di valore ancora in ottime condizioni o addirittura nuovi?
Vendi.
Ci sono mille applicazioni e piattaforme su cui farlo online, gratuitamente nella tua area (ebay, subito.it, depop, instagram…).
Non ti va di vendere online?
Porta i tuoi capi in conto vendita a qualche second-hand store.
Scambia.
Non puoi scambiare?
Dona a qualcuno che ti sta a cuore, a qualcuno che sai che potrebbe apprezzare o avere bisogno di ciò che tu non vuoi più, o contatta qualche associazione benefica vicino a te.